Come arrivare a domani

Oggi ho avuto una di quelle conversazioni che ti restano dentro.

Una mia studentessa, con cui stiamo lavorando insieme da qualche mese, mi ha detto una cosa che non dimenticherò tanto presto.

"Sai Lisa, un anno fa ho ricevuto una mazzata enorme. E ricordo ancora il messaggio che ho scritto al mio psicologo: come ci arrivo io a domani?"

Come ci arrivo a domani.

Quella frase lì conosco bene. La riconosco in lei, la riconosco in tanti dei miei studenti, la riconosco in me stessa. È la frase che arriva quando il dolore sembra così grande da non riuscire a vederlo tutto in una volta. Quando lo guardi e pensi: non ce la faccio.

Non ho gli strumenti.

Non so da dove cominciare.

E la cosa che spaventa di più, in quei momenti, non è tanto il dolore in sé.

È vederlo arrivare e sentirsi completamente impreparati ad affrontarlo.

Il dolore visto tutto insieme fa paura

Siamo abituati a voler risolvere le cose in fretta.

A trovare subito una via d'uscita, una soluzione, qualcosa che faccia smettere di fare male.

E quando il dolore è troppo grande per essere risolto in fretta, ci sentiamo persi.

Come se ci mancasse qualcosa che gli altri hanno e noi no.

Ma non è così.

Non manca niente. Manca solo l'allenamento a starci dentro.

Cosa cambia quando fai un lavoro su te stesso

Quella stessa studentessa, oggi, mi ha detto un'altra cosa.

"Ho ancora delle difficoltà, ho ancora delle paure. Ma il mio approccio è completamente diverso. So come starci dentro. Mi conosco abbastanza da saper gestire quello che arriva."

Questo è esattamente quello che succede quando fai un certo tipo di lavoro su te stesso. Non spariscono le difficoltà .

Cambia il tuo rapporto con esse.

Cambia come le guardi, come le affronti, come ti muovi dentro di loro.

All'inizio ogni dolore che arriva sembra insormontabile. Una montagna che non riesci nemmeno a guardare tutta intera. Poi, piano piano, qualcosa si sposta. Non è che la montagna diventa più piccola.

Sei tu che diventi più capace di camminare.

Il radicamento

C'è una parola che uso spesso con i miei studenti: radicamento.

Più sei radicato in te stesso: più conosci le tue emozioni, più sai riconoscerle e starci dentro e più riesci a muoverti anche nei momenti di incertezza.

Perché l'incertezza fa paura a tutti.

Ma quando hai un centro stabile dentro di te, quando conosci abbastanza bene il tuo mondo interiore da saperti autogestire, quell'incertezza diventa qualcosa che puoi attraversare.

Non qualcosa da cui scappare.

È questo il regalo più grande che il lavoro sul bambino interiore ti fa. Non ti toglie il dolore. Ti dà gli strumenti per non esserne più travolto.

Quella domanda, un anno dopo

La mia studentessa oggi non si chiede più come arriverà a domani.

Non perché la vita sia diventata perfetta, non perché non abbia più paure.

Ma perché sa che, qualunque cosa arrivi, lei sa come starci.

E questa, per me, è la trasformazione più bella che esista.



Se senti che è il momento di iniziare a costruire anche tu questo radicamento, scrivimi e ne parliamo insieme.

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Perché perdi te stesso quando ami