C'è una frase che mi ha detto una mia studentessa oggi, e non riesco a togliermi dalla testa.
"Lui si è dissolto."
Non "l'ho dimenticato".
Non "ci sto lavorando".
Dissolto.
Come se quella presenza ingombrante che per mesi aveva occupato ogni angolo della sua testa fosse semplicemente... svanita.
Qualche mese fa questa stessa persona mi diceva che non riusciva a immaginare di uscire da quella situazione.
Che quel pensiero era ovunque: al mattino quando si svegliava, la sera quando cercava di dormire, in mezzo alle cose più banali della giornata.
Come si fa a smettere di pensare a qualcuno che ha occupato così tanto spazio?
È una domanda che sento spesso.
E capisco profondamente chi la fa.
Perché non riusciamo a smettere di pensarci
Quando una persona occupa i nostri pensieri in maniera ossessiva, tendiamo a credere che il problema sia quella persona.
Che se solo sparisse, se solo smettesse di esistere nel nostro radar, potremmo finalmente stare bene.
Ma non è lì che sta il nodo.
Quel pensiero ossessivo non parla tanto dell'altra persona.
Parla di noi.
Di una parte di noi, il bambino interiore, che in quella persona aveva trovato qualcosa di cui aveva disperatamente bisogno.
Una conferma, una sensazione di casa, un rispecchiamento che non aveva mai trovato altrove.
E quando quella persona se ne va, il bambino interiore continua a cercarla.
Non perché quella persona fosse speciale in senso assoluto.
Ma perché rappresentava qualcosa che ancora non abbiamo imparato a darci da soli.
Il centro di gravità si sposta
Quello che succede quando inizi a lavorare su te stesso, sul tuo bambino interiore, sulle tue ferite, sui tuoi bisogni reali… è che piano piano il centro di gravità si sposta.
Non da loro a nessuno.
Da loro a te.
Inizi a riempire quello spazio interno che cercavi nell'altro.
Inizi a conoscerti abbastanza da capire cosa stavi davvero cercando in quella persona.
E quando quel bisogno trova risposta dentro di te, la presenza dell'altro, quel pensiero ingombrante, quella voce in testa… inizia a perdere peso.
Non è un processo lineare.
Non avviene tutto insieme.
Ma ad un certo punto, quasi senza accorgertene, ti rendi conto che ci pensi meno.
Poi ancora meno.
Fino a quando, un giorno, realizzi che si è dissolto.
Non è dimenticare. È tornare a se stessi.
La mia studentessa non ha smesso di pensare a lui perché ha deciso di farlo.
Non è stata una questione di forza di volontà, di distrazioni, di riempire il tempo con altro.
È successo perché ha iniziato a tornare a se stessa.
A conoscersi, a prendersi cura di quella parte di lei che aveva bisogno di attenzione.
E più diventava intera, meno aveva bisogno di cercare fuori quello che stava finalmente trovando dentro.
Questo è il risultato possibile ed esiste un lavoro preciso… e quel lavoro porta qui.
Se senti che c'è ancora una presenza ingombrante che non riesci a toglierti dalla testa, scrivimi o dai un'occhiata ai miei percorsi. Ne parliamo insieme.