E se quello che senti non fosse sbagliato?

Viviamo in un'epoca in cui abbiamo un nome per tutto.

Dipendenza affettiva.

Attaccamento ansioso.

Sindrome dell'abbandono.

Narcisismo.

Co-dipendenza.

E capisco perché queste etichette ci attraggono, c'è qualcosa di profondamente rassicurante nel trovare una parola per quello che sentiamo.

Come dire: non sono pazza. Esiste. Ha un nome. È riconosciuto.

Ma mi chiedo, a volte, cosa succede dopo.

Perché spesso quello che osservo è che l'etichetta, invece di liberare, finisce per pesare.

Diventa una gabbia nuova. E quella definizione, pian piano, inizia a sembrare un destino.

E se ci fermassimo un momento?

Pensa a un bambino che ha bisogno della sua mamma.

Che soffre quando lei non c'è. Che fa di tutto per tenerla vicina, che si dispera quando si sente solo.

Nessuno chiamerebbe quel bambino dipendente.

Nessuno direbbe che ha un problema.

Diremmo che è un bambino, che ha bisogni, che ha bisogno di essere visto e rassicurato.

Eppure quando siamo adulti e sentiamo le stesse cose: quel bisogno di vicinanza, quella paura dell'abbandono, quella difficoltà a stare da soli… improvvisamente diventa una patologia.

Ma quel bambino è ancora lì…

Non è andato da nessuna parte.

Dare un volto diverso a quello che senti

Il lavoro sul bambino interiore ti offre una prospettiva diversa, più umana, più gentile su quello che ti succede.

Invece di chiederti cosa ho che non va, ti chiede cosa ha vissuto quella parte di me? Di cosa aveva bisogno e non ha trovato?

È una domanda diversa.

E porta in posti diversi.

Quindi la prossima volta che ti ritrovi a cercare un'etichetta per quello che provi, prova a chiederti:

E se non fossi sbagliato/a? E se quello che sento avesse semplicemente bisogno di essere capito, prima ancora che definito?

Se questa prospettiva ti risuona e senti che vorresti esplorarla…

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